Economia

L’ egemonia del dollaro statunitense si e’ conclusa

Andrei Kostin, a capo della banca VTB, la secondo banca della Russia, ha dichiarato in un’intervista a Reuters che il dollaro statunitense sta affrontando la fine della sua egemonia nel sistema finanziario globale a causa dell’ascesa dello yuan cinese. “La lunga era storica del dominio del dollaro sta per finire”, ha dichiarato, aggiungendo che lo yuan dovrebbe essere completamente convertibile se il gigante asiatico aspira a diventare “la prima potenza economica globale”. Ha inoltre rivelato che la sua banca sta studiando la possibilità di utilizzare la valuta cinese per i pagamenti con i Paesi terzi. Per quanto riguarda le sanzioni imposte alla Russia, ha affermato che si tratta di una decisione politica che “si sarebbe ritorta contro l’Occidente” e che l’economia della nazione eurasiatica non si lascerà piegare dall’Occidente. “Le sanzioni sono negative e, ovviamente, ne soffriamo, ma l’economia si è adattata”, ha detto, assicurando che Mosca troverà “altre opportunità” nel caso in cui le misure restrittive “vengano intensificate, inasprite, alcune finestre vengano chiuse”. Commentando il conflitto in Ucraina, ha detto che il mondo “sta entrando in una guerra calda”. “Non è fredda quando ci sono così tante armi occidentali e così tanti servizi e consiglieri militari occidentali coinvolti”, ha detto, avvertendo che la situazione è “complicata e allarmante” e persino “peggiore” di quella della Guerra Fredda.
Economia

Default USA sempre piu’ vicino: nessun accordo sul tetto del debito

NESSUN ACCORDO BIPARTISAN PER ELEVARE IL TETTO: DEFAULT USA SEMPRE PIÙ VICINO

Il the Gateway Pundit conferma che l’accordo per elevare il tetto del debito USA è un bluff politico. Alcuni dei dettagli segnalati dell’accordo tra Biden e McCarthy fanno comprendere che il tetto del debito non sarà mai elevato. Secondo quanto riferito aI fratelli Hoft l’accordo, infatti, non ha aumentato il tetto del debito, ma ha prorogato la scadenza del tetto del debito fino al 1 gennaio 2025. Questo accorgimento sistema la formalità di Legge ma non risolve il problema di assenza del denaro per far fronte agli impegni, quindi proroga l’esplosione del default a data da destinarsi. Il The Gateway Pundit cita il deputato Matt Rosendal che ha affermato come nessuna delle richieste del partito Repubblicano sia stata accolta da Biden. L’accordo non prevede l’eliminazione completa degli 87.000 agenti dell’IRS, e nessuna eliminazione dei sussidi per l’energia verde dell’IRA, o del programma di ridistribuzione dei prestiti studenteschi. Inoltre l’accordo stabilisce che il blocco della spesa ai livelli dell’anno fiscale 2022 non è stato fissato, come invece chiedeva a gran voce il Partito Repubblicano. Nella migliore delle ipotesi sembra che tutto sia stato rimandato a dopo le elezioni del 2024, visto che l’accordo non ha cambiato assolutamente niente dei problemi finanziari e di bilancio, ma anzi avendo peggiorato la situazione, può essere inteso nel senso di far esplodere il default molto prima del 2024. In pratica l’accordo prevede l’abrogazione del cosiddetto Inflation Reduction Act, quasi a voler acuire i presupposti concettuali ad un default improvviso. Il The Gateway Pundit si chiede se l’accordo tra McCarthy e Biden troverà l’appoggio dei repubblicani conservatori? La domanda è retorica, perché a leggere tutti i loro tweet, sta montando la rabbia nel gruppo di maggioranza della House e a metà settimana l’intesa pasticciata da Biden e McCarthy potrebbe decisamente non trovare i numeri.

Economia

Germania in recessione:Europa ha i giorni contati

Adesso è ufficiale: la Germania è in recessione. Secondo Destatis, l’agenzia statistica federale tedesca, nei primi tre mesi di quest’anno il PIL tedesco è diminuito dello 0,3%, contrazione che va a sommarsi al –0,5% fatto registrare nell’ultimo trimestre del 2022.
Particolarmente colpiti i consumi domestici (-1,2%), con l’inflazione che ha eroso il potere d’acquisto delle persone. Ma calano anche le vendite di autovetture, che in questi anni hanno spesso trainato la crescita tedesca. E a contrarsi (di quasi il 5%) è stata persino la spesa pubblica.
Così, a ormai tre anni dallo sbarco del nuovo coronavirus in Europa, Berlino si ritrova con livelli di prodotto interno lordo ancora inferiori a quelli pre-pandemici.

Effetto contagio?

Nemmeno l’immediato futuro sembra roseo per Berlino: ad aprile il Fondo monetario internazionale stimava sul 2023 una riduzione del PIL tedesco dello 0,1%. Sarebbe la peggior performance tra le economie avanzate, dopo che proprio l’Fmi martedì ha rivisto al rialzo le aspettative di crescita britanniche da un -0,3% a un +0,4%.
Come se non bastasse, ieri l’indice di fiducia delle imprese tedesche è diminuito per la prima volta da ottobre, quando il Paese sembrava sull’orlo del precipizio della crisi energetica. Crisi che non è stata grave quanto temuto (“grazie” alla frenata della produzione industriale, ma anche e soprattutto al clima mite), ma che evidentemente continua a mettere in difficoltà i Paesi europei. In particolare quelli, come Italia e Germania, il cui sistema energetico dipende ancora molto dal gas (rispettivamente 43% e 26% del mix energetico, contro il 17% francese).

Magro bilancio

Così oggi il governo federale non può contare sulla ripresa economica per chiudere un buco di bilancio che sul 2024 stima intorno ai 22 miliardi di euro. E la prospettiva di dover ridurre la spesa pubblica non fa che accentuare le divisioni della coalizione di governo, con verdi e liberal-democratici arroccati su posizioni sempre più distanti, e che per restare aggrappati alla “coalizione semaforo” vorrebbero più soldi per i loro ministeri, non meno.
Tagli su tutta la linea, dunque? Quasi. A fare eccezione sarebbe la Difesa, dal momento che Berlino vorrebbe rispettare gli impegni presi con la Zeitenwende, la “Svolta epocale” annunciata da Scholz dopo l’invasione russa dell’Ucraina, di portare il bilancio della difesa al 2% del PIL. E di chi è il ministero della Difesa? Dei socialdemocratici.
Tempi di austerity, dunque, per uno dei Paesi più “austeri” dell’Unione europea. Ma non c’è Schadenfreude che tenga: tirare la cinghia in Germania non farà bene a nessuno.

Economia

Il debito pubblico USA spaventa i mercati

La quota estera di Treasuries (buoni del Tesoro USA) ha appena raggiunto il livello più basso degli ultimi 19 anni.
Questa preoccupazione è ulteriormente amplificata dalla minore disponibilità di acquirenti di titoli del Tesoro. Gli operatori di mercato stanno iniziando a riconoscere che il vero rischio questa volta non risiede tanto nel mancato raggiungimento di un accordo sul tetto del debito, ma piuttosto nella natura crescente e preoccupante del problema del debito.
Negli ultimi tre anni la responsabilità di assorbire questo debito è ricaduta sulla Fed e sulle banche statunitensi, ma ora entrambe le entità si sono ritirate da quel ruolo.
L’attuale mancanza di domanda è davvero un problema crescente che alla fine potrebbe richiedere l’intervento della Fed come acquirente di ultima istanza.

Economia

Le armi a Kiev costano soldi e vite: chi lo nega mente

“Le armi costano, mandare le armi a qualcuno costa”. Per il generale Marco Bertolini – in pensione dal 2016, già comandante del Comando operativo interforze e della Brigata Folgore, capo di stato maggiore Isaf in Afghanistan, operativo in Libano, Somalia, Bosnia e Kosovo – sostenere che gli invii a Kiev non siano una spesa per lo Stato, come si prodiga a fare la premier Giorgia Meloni, “è una sciocchezza e lo dice uno che è convinto non si spenda abbastanza per le proprie forze armate, ultimo elemento di sovranità nazionale rimasta”.

◽️ Le guerre in Europa da secoli sono mosse per rivendicazioni territoriali, è chiaro che le parti debbano rinunciare a qualcosa sulla base di una trattativa diplomatica. Che debbano sedersi attorno a un tavolo e discutere. Altrimenti non se ne esce, ma la mia impressione è che non se ne voglia uscire.

◽️ Quel che mi pare chiaro è che in ottica geopolitica globale mantenere l’Europa divisa dalle fonti energetiche russe alla lunga gioverà molto a qualcun altro. Quella ucraina è solo la tessera di un conflitto molto più ampio che coinvolge altri territori, come l’Armenia, l’Arzebaigian, il Kazakistan, la Libia, la Siria… e poi c’è la Cina che ha fatto fare la pace a Iran e Arabia Saudita, questione sottovalutata.

◽️Per la Russia, la Crimea e il Mar Nero sono irrinunciabili, per gli Stati Uniti è irrinunciabile un mondo unipolare guidato da Washington. Districare questa matassa inviando armi a chicchessia non è utile alla causa della pace, mi pare chiarissimo. Purtroppo la bomba atomica non si può disinventare.

Fonte: Il Fatto Quotidiano (https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2023/05/18/il-generale-bertolini-le-armi-a-kiev-costano-soldi-e-vite-chi-lo-nega-dice-bugie/7164961/)

Economia

I Brics sono il futuro

“Addio G7, benvenuto G20.” Questo era il titolo di un articolo dell’Economist sul primo vertice del Gruppo dei 20 a Washington nel 2008 che sosteneva che ciò rappresentava “un cambiamento decisivo nel vecchio ordine”.

 Oggi, le speranze di un ordine economico globale cooperativo, che hanno raggiunto il loro apice al vertice londinese del G20 nell’aprile 2009, sono svanite. Ma non è nemmeno il caso di dire “Addio G20, benvenuto G7”.

Il vecchio mondo dominato dal G7 è ancora più remoto di quello di una cooperazione del G20. Né la cooperazione globale né il dominio occidentale sembrano fattibili. Dunque, che cosa possiamo aspettarci adesso? Purtroppo, “divisione” potrebbe essere una risposta, “anarchia” un’altra.[…]

Sia il momento “unipolare” degli Stati Uniti che il predominio economico del G7 fanno parte del passato. È vero, quest’ultimo è ancora il blocco economico più potente e coeso del mondo. Continua, ad esempio, a produrre tutte le principali valute di riserva del mondo. Eppure, tra il 2000 e il 2023, la sua quota nella produzione mondiale (al potere d’acquisto) sarà scesa dal 44% al 30%, mentre quella di tutti i paesi ad alto reddito sarà scesa dal 57% al 41%.

Nel frattempo, la quota della Cina sarà aumentata dal 7% al 19%. […] Per alcuni paesi emergenti e in via di sviluppo, la Cina è un partner economico più importante del G7: il Brasile ne è un esempio. Il presidente Luiz Inácio Lula da Silva può aver partecipato al G7, ma non può ragionevolmente ignorare il peso della Cina.
Fonte: Wall Street Journal (https://www.ft.com/content/c8cf024d-87b7-4e18-8fa2-1b8a3f3fbba1)

 

Economia

Italiani sempre piu’ poveri ed ignoranti

Tra mostre blasfeme e provvedimenti criminali contro l’ Italia nel lontano 2013 la  Commissione europea traccio’ un quadro molto fosco sulle abitudini degli italiani: andiamo sempre meno al cinema- questo potrebbe essere un dato positivo-, a teatro e nei musei, solo un italiano su due legge almeno un libro l’anno, non abbiamo interessi culturali, non investiamo nell’educazione… La situazione è peggiore che negli altri Paesi. E la causa non è soltanto la crisi economica…In poche parole la Commissione  europea ha fatto due piu’ due: Gli Italiani sono sempre piu’ ignoranti.Il popolo che ha ereditato la civiltà romana, che è stato culla del Rinascimento, che possiede il più vasto e ricco patrimonio artistico al mondo non legge, non va al cinema, non studia, non valorizza i suoi beni, non investe sull’educazione…

A parlare sono, nella loro cruda oggettività, i dati statistici. In particolare, è un’indagine pubblicata dalla Commissione europea basata su 26 mila interviste condotte fra i 27 Paesi dell’Unione. In sei anni sono passati dal 40 per cento al 49 per cento gli italiani che non nutrono alcun interesse culturale. Un italiano su due ha una «bassa pratica culturale», appena otto su cento hanno un interesse tra «alto» e «molto alto» per i prodotti culturali. Nel cosiddetto “indice di pratica culturale”, il 49 per cento degli italiani (il 9 per cento rispetto al 2007) ha bassa pratica, a fronte del 34 per cento della media Ue (+4 per cento rispetto al precedente).

Dati impressionanti, in cui, oltre al numero di italiani privi di qualunque interesse culturale, colpisce il peggioramento rispetto al passato e l’umiliante confronto con gli altri popoli dell’Unione europea.Entrando nel dettaglio della ricerca, il quadro si fa ancora più fosco. Emerge che in Italia si è ridotto il consumo di programmi culturali persino in Tv e alla radio (solo il 60 per cento ha detto di averne visto almeno uno negli ultimi 12 mesi, con un calo di 14 punti).Un dato, questo, che elimina o perlomeno mitiga l’alibi che la principale causa di questa apatia culturale sia la crisi economica: per seguire un programma alla Tv o alla radio non occorre tirare fuori soldi…

Giù in Italia anche tutti gli altri tipi di consumi culturali: meno 7 per cento per la lettura di libri (solo il 56 per cento ne ha letto almeno uno in un anno), meno 1 per cento per la frequentazione dei cinema, meno 8 per cento per le visite a monumenti storici, meno 4 per cento per le visite a musei e gallerie, meno 5 per cento per i concerti e per le viste alle biblioteche pubbliche, meno 2 per cento per i teatri e meno 3 per cento per balletto e opera. E anche in fatto di partecipazione attiva, quella degli italiani è molto al di sotto della media europea: il 62 per cento degli europei confessa di non partecipare ad alcuna attività culturale, percentuale che sale all’80 per cento per gli italiani. Limitato anche l’uso di Internet a scopo culturale: il 27 per cento degli italiani non lo usa mai ed un altro 20 per cento utilizza la rete non più di tre volte al mese.

Sono dati su cui dovremmo riflettere, perché un popolo che non alimenta la mente e il cuore con la lettura, l’arte, il cinema, le visite ai musei, un rapporto vitale con il suo patrimonio non può che ritrovarsi impoverito e meno attrezzato ad affrontare le sfide sociali del presente. Il nostro disinteresse per la cultura è sintomo di un malessere profondo, fa pensare a una società ripiegata su un'”esistenza minima”, priva di slanci; insinua il sospetto di un popolo chiuso, poco propenso al confronto, al dialogo, all’innovazione, problema non di poco conto in un mondo globalizzato, esposto all’immigrazione e alla concorrenza mondiale…

Sembriamo una nazione sulla difensiva, che ha rinunciato a crescere, di lottare per valori alti, ripiegata sulla “sopravvivenza”, disinteressata ad apripre gli occhi e la mente. Una nazione rassegnata (lo sono anche e soprattutto i giovani). Una nazione ignorante, insomma.. E dopo  un inutile lookdown e un bombardamento mediatico senza precedenti come sono ridotti gli italiani? Certamente stanno molto peggio del 2013.

Economia

Tassi sui mutui alle stelle: si ferma il mercato immobiliare

I tassi di interesse sui nuovi prestiti alle società non finanziarie sono pari al 4,3% (3,5% nel mese precedente). Sempre in marzo i prestiti al settore privato sono cresciuti dello 0,3% sui dodici mesi (+1,1 a febbraio). I prestiti alle famiglie sono aumentati dell’1,9% (in rallentamento rispetto al +2,5% del mese precedente) mentre quelli alle società non finanziarie sono diminuiti dell’1% (-0,5% nel mese precedente).A marzo, i depositi del settore privato sono diminuiti del 3,2% sui dodici mesi, in ulteriore calo rispetto al -2,3% di febbraio. La raccolta obbligazionaria è aumentata dell’8,9%, in netta accelerazione rispetto al +3,9% di febbraio.
La stretta monetaria pesa sui finanziamenti di famiglie e imprese. L’ultima analisi della Fabi mostra che le rate nei prossimi mesi potrebbero crescere anche del 65%. Secondo i calcoli di Facile.it, l’ultimo aumento dei tassi della Bce potrebbe portare le rate di un mutuo variabile standard (di importo pari a 200 mila euro con scadenza a 25 anni) a salire del 50% rispetto alla rata di giugno 2022. Secondo le simulazioni, se l’incremento Bce si riflettesse in maniera speculare sull’Euribor, la rata di un mutuo a tasso variabile con queste caratteristiche passerebbe dai 745 euro di giugno scorso a circa 1.099 euro dopo il rialzo di maggio, con un incremento di 354 euro. I futures sull’Euribor inoltre scontano che il tasso a tre mesi arrivi a settembre 2023 al suo picco. In questo caso la rata salirebbe a 1.170 euro, con tassi intorno al 5%.

Economia

Il ritorno al gold standard segna la fine dell’ elite

Gianmarco Landi: Il ritorno al Gold Standard è la fine dell’ élite

Gianmarco Landi sale in cattedra e riscrive correttamente la Storia.

“La farsa della seconda guerra mondiale è servita all’élite per disancorare le monete dall’oro, al fine di realizzare la schiavitù dei popoli”

Ormai è risaputo che l’élite nelle guerre, per poter giungere ai loro obiettivi, finanziasse entrambi gli schieramenti.
Obiettivi, che senza conflitti di quelle proporzioni, non avrebbero mai raggiunto.
Si, è il solito schema di Problema-Reazione-Soluzione.

La manipolazione e schiavizzazione dell’Umanità esiste quindi da secoli, ed è stata eseguita in modo programmato, scientifico, atomico.

Da adesso, la Storia, iniziano a scriverla i Popoli.